lunedì 18 marzo 2013

LE MEZZE PAROLE

...come le mezze stagioni non esistono più. Al loro posto parole piene e tonanti. Decisive e pesanti come massi dal cielo. Unico imperativo, la sintetica aggregazione in 140 caratteri o poco più. Che non sarebbe mica male se, per tagliare corto, non aprissero la strada al più trionfale dei disumani pressapochismi. E alla stupidità. Non che prima dell’era di Twitter e Facebook non esistessero. Confermo la mia convinzione che non sia il contenitore a creare il contenuto. Ma a modificarne la portata si. E quindi quelli che prima erano viottoli dispersi tra i discorsi di prima mattina sui pianerottoli dei condomini e la pipì del cane adesso sono enormi autostrade senza pedaggio, limite di velocità e corsia d’emergenza. Andiamo nel concreto. Un paio di settimane fa Daria Bignardi intervista una certa Giusy Versace. Dico una certa perché i cugini e i cugini dei cugini delle celebrità sono dei “signori nessuno”, come me. Ma Giusy non è come me. E’ molto più giovane. Ha avuto un incidente d’auto. Ha perso entrambe le gambe. Dopo una lunga riabilitazione è riuscita a conquistare la cosiddetta “normalità”. E l’ha pure superata riuscendo a diventare atleta di livello internazionale. Un paio di settimane fa la barbarica Bignardi la intervista in TV. Poi Ivan Scalfarotto ne parla all’interno del suo blog. Successivamente la Bignardi riprende all’interno del suo blog il post di Scalfarotto. A fianco, in mezzo e in sorpasso, tonnellate di commenti e di commenti ai commenti. 37 al post di Scalfarotto. 39 alla Bignardi. Più qualche quintalata di cinguettii, condivisioni sul libro delle facce ecc. E il coro commentante Scalfarotto decreta che “una che si chiama Versace non ha certo problemi a comprarsi costosissime e tecnologiche protesi, mentre una persona comune deve magari attendere sei mesi per una mammografia”. Il coro barbarico è, ironia della sorte, più equilibrato. Trabocca solidarietà. Ma anche qualche inserzione pubblicitaria, del tipo “ne approfitto per parlare della procreazione medicalmente assistita”, o “io la famiglia Versace la conosco bene e so questo, quello e qualcosa d’altro”. Su Twitter diventa pure un’occasione per parlare delle labbra siliconate della platinata e modaiola Donatella. La sintesi in 117 caratteri potrebbe essere ““Giusy Versace, poverina ma stronza, ha perso le gambe ma essendo ricca e ”parente”, va in tv mentre noi stiamo qui a lottare con la pagnotta”. Una bella lezione di civiltà. Di moralismo. E di idiozia. La mia, ovviamente, che non riesco a mettere in connessione lo status di “poverina” e di “stronza”. Che non riesco a cogliere che se uno ha un bel conto in banca l’amputazione di entrambe le gambe sono, tutto sommato, un fastidiuccio accettabile. Ma d’altra parte che cosa può sapere uno che come me, non ha accesso alla maison Versace e ai suoi succulenti segreti? Non (mi) basta. Dal momento che Scalfarotto, prima di essere opinion leader, blogger di successo e ora neoeletto deputato, è un paladino della diversità con particolare riferimento alle istanze della comunità gay. Da cui deduco che gran parte di chi lo segue e lo commenta dovrebbe avere una certa dimestichezza con le tematiche sociali. E capire che chiamarsi Versace e non dover patire discriminazioni omofobiche non è la stessa cosa che chiamarsi con qualsiasi nome e perdere le gambe tra le lamiere di un’auto accartocciata. Ma forse sono io che non capisco. No non capisco. Così come non capisco le santificazioni e maledizioni tracimate su Papa Francesco a 15 secondi della nomina. O quelle sulla Boldrini, sempre a pochi secondi dall’elezione. Credo fossero pochi a conoscerla prima di oggi. Però dalla faccia si vede subito che è “un’altra mantenuta”, la “solita raccomandata di sinistra”, “era meglio la Santanché”. Mi rendo conto che la libertà d’opinione, come tutte le libertà, sia difficile da gestire se non ci si è abituati. Ma così, l’opinione come la libertà ad essa legata, la si uccide. Perché non è che le parole sparate a 140 caratteri su una pista di velocità abbiano meno peso. Anzi, diventano proiettili. Esplosi qua e la senza una direzione ben precisa se non quella, ben poco edificante, del puro narcisismo e del parlare perché qualcosa bisogna pur dire. Che ben lungi dall’essere libertà è solo manifestazione selvaggia di irresponsabile qualunquismo. Pericoloso, molto prima di essere sterile.

giovedì 14 febbraio 2013

BUDDY RICHARD

Il mondo dei social media per aziende, manager e imprenditori non è solo marketing o self promotion. E' un luogo in cui l'esperienza si fa collettiva, dove le aziende tornano ad essere "organizzazioni sociali" e "manager e imprenditori" possono far cadere la cortina di ferro che separa l'esperienza umana da quella professionale. Per integrarle e mettere l'una al servizio dell'altra. Anche mettendosi al fianco di chi questo salto l'ha già fatto e molto prima dell'avvento dei social network. Prendiamo Richard Branson ad esempio. Il "capitalista hippy" per eccellenza. Colui che ha inventato il punk, le linee aeree low cost e, oggi, il turismo spaziale (alla faccia del motto "stay hungry, stay foolish”). L'uomo che ha costituito l'impero Virgin operando in aperto e costante contrasto con la manualistica aziendale (come spiega perfettamente nel suo libro "Like a Virgin: i segreti che nessuno ti insegnerà nelle business school"). Che ne direste se questi segreti, spesso atteggiamenti di vita quotidiana o semplici stati mentali, potreste apprenderli direttamente da lui? Ascoltando le sue parole come se fosse al vostro fianco ogni mattina al bar sotto casa? Non stiamo farneticando. Dato che il buon Richard, infaticabile blogger e cinguettatore, non ha nessun pudore nel condividere la sua “vincente ed entusiasta verginità” con chiunque abbia voglia di ascoltarlo. E ascoltarlo vale davvero la pena. Lui parte sempre da una provocazione. Cose del tipo “l’azienda è come una famiglia, peccato che molti colleghi sarebbero felici di non essere tuoi parenti” per mettere in luce l’importanza del portare i valori della famiglia (come una comunicazione empatica, responsabilità vs. competizione ecc.) in azienda per garantirle una “sana e robusta costituzione”. Non solo. Lui parte affermando che “non c’è nessuna differenza fra giocare e lavorare, è comunque vita”. E evidenzia come ormai il posto di lavoro non possa più essere un ufficio-cripta con pareti insonorizzate, segretarie discrete e divani in pelle, ma un luogo qualunque, possibilmente pieno di gente che discute a voce alta perché è dall’incrocio caotico delle parole, anche di quelle sconosciute, che nascono grandi idee. Riesce anche a teorizzare un “learning point” da un fatto banale come la lettera dei bambini a Babbo Natale. Secondo lui dovremmo farla tutti. Fissando in modo ispirato gli obiettivi dell’anno successivo esattamente come fossero regali che vorremmo ricevere. L’unica differenza è che noi siamo anche Babbo Natale e quindi dobbiamo prenderci la responsabilità di esaudire i nostri desideri. Potremmo dire che è facile filosofeggiare su Twitter dall’alto di un patrimonio di 4,4 miliardi di dollari. Ma se è stato costruito a suon di idee geniali nate fra una battuta e un sorriso, e se dimostra che i soldi non fanno la felicità, ma la felicità fa (anche) i soldi, vale la pena provarci. Magari scambiando qualche chiacchiera quotidiana con Richard. Nel coffee break o in pausa pranzo.

domenica 27 gennaio 2013

HABEMUS PAPAM?

Uno dei territori più accidentati della comunicazione riguarda sicuramente le gerarchia ecclesiastica. Che da sempre, ma con il pontificato di Benedetto XVII più che mai, parla alla gente. Per essere guida spirituale e morale, fonte di speranza e messaggio di fede. Ma lo fa a distanza di sicurezza, da un balcone la domenica mattina. Lo fa marcando le distanze, riportando cioè la parola di Dio e che nessuno osi controbatterla. Di fatto oggi credo non vi sia nessuna persona al mondo (i credenti mi scuseranno se ne parlo come “persona”) che possa essere percepita più inarrivabile e irraggiungibile del Papa. E di conseguenza mai come oggi, anche a causa di scandali non propriamente “veniali”, la società laica vuole risposte dalla chiesa. Allora che si fa? Semplice: mettiamo il Papa su Twitter! Gli togliamo un po’ di paramenti e lo diamo in pasto al dialogo, diretto e in sei lingue, con la gente comune. Una svolta epocale. Un evento della portata di un nuovo Concilio Vaticano a colpi di 140 caratteri a botta. Un conto alla rovescia febbrile: documentato dai media, giorno dopo giorno, con notizie, immagini e indiscrezioni. E’ ovvio che anche il gesto più banale per chiunque, se compiuto da una persona per cui anche le abitudini alimentari sono un fatto di stato, diventa immediatamente di portata planetaria. E in questo crescendo di attesa, si arriva alla mattina del 12 dicembre, momento in cui dall’I-Pad pontificio parte il primo attesissimo messaggio. “Cari amici, è con gioia che mi unisco a voi via twitter. Grazie per la vostra generosa risposta. Vi benedico tutti di cuore”. Lascia un certo sgomento: in dieci giorni non si poteva pensare a qualcosa di leggermente più “pregnante”? Sarebbe bastato anche un “se sbaglio mi corrigerete”. Pone dubbi sulla sua autenticità (anche se non credo vi sia persona al mondo che immagini Joseph Ratzinger in persona a “fare quattro chiacchiere con l’umanità”). Ottiene un botta e risposta, con punte di pessimo gusto inaudite, fra coloro che ritengono che comunque la sola presenza di Sua Santità su Twitter basti e avanzi e i molti altri che invece non vedono l’ora di sganciare la loro personalissima bomba sulla santa sede. Una commedia dai toni davvero poco edificanti che dal 12 dicembre si replica a frequenza trisettimanale sulle frequenze social di Benedetto XVI. Naturalmente non sono qui a stabilire chi ha torto e chi ha ragione. Mi limito ad essere spettatore silente del fenomeno dal momento in cui non penso che l’essere laico e non credente basti a legittimare una corsa all’insulto gratuito e alla bestemmia. Però, in qualche modo, il seguire le benedizioni papali on-line mi ha insegnato qualche cosa sul mezzo. Twitter, nella fattispecie. Che è chiaramente specchio della realtà. E quindi non toglie le distanze che non sono state rimosse precedentemente ma semmai le fa sembrare ancora più ampie e invalicabili. Che se le porte sono chiuse nella realtà fisica lo rimangono, e a doppia mandata, anche in quella dei social media. Che se le porte rimangono chiuse il dialogo è uno sterile chiacchiericcio tra sordi. E che puoi essere anche il Papa, ma se non sai, o nessuno ti ha insegnato, a parlare ad “altezza occhi” forse è meglio continuare con il format collaudato del balcone. Evitando così alla “tua gente” la gran fatica di rispondere al posto tuo agli insulti che, seppur deprecabili, bombardano la loro dignità spirituale. E non permettendo comunque agli altri, anche quelli come me, di farti le moltissime domande che vorrebbero. Perché hanno la certezza quasi matematica che non otterrebbero alcuna risposta se non una generica benedizione qualche giorno più in la. Per me più misteriosa della fede che non ho.

mercoledì 5 dicembre 2012

LA (MENO) PEGGIO COMUNICAZIONE

Per qualche giorno, pur avendo chiare idee in merito, sono stato alquanto titubante sull'opportunità di commentare o analizzare le campagne messe in atto dai leader del centrosinistra italiano in occasione delle primarie. Un po' perchè temevo di essere parziale (anche le pietre sanno da che parte sto). Un po' perchè erano già state ampiamente vivisezionate da tutti. Con toni più o meno forti, soprattutto nel confronto insostenibile con l'Obama Style. Alla fine è prevalsa la passione dell'"operaio della comunicazione" e quindi ecco l'ennesima analisi. Anche stimolata dal sempre acuto Curzio Maltese, che dalle pagine di Repubblica parla di "Sconfitta dei Comunicatori". E mi trova solo parzialmente d'accordo. Maltese dichiara che "dopo un ventennio di berlusconismo il risultato delle primarie del Pd sembra dire che la telepolitica in Italia è morta e i social network non l’hanno ancora sostituita". Non è così vero. La telepolitica, non è affatto morta. Certo, ci siamo lasciati alle spalle una certa propaganda "forzuta" e condotta "porta a porta", dove al dibattito era sostituita la telepromozione (su un milione di posti di lavoro, sul presidente operaio, sul ponte sullo stretto e così via). Quella nuova forse deve ancora trovare una sua strada, che sicuramente non è quella di X-Factor, ma che, nel riportare in vita un certo tipo di confronto diretto e non necessariamente con il coltello fra i denti, ha già segnato una svolta. E per quanto riguarda i social network non sono stati così laterali. Hanno dato una continuità al dibattito, lo hanno ampliato e circostanziato. E se non hanno sostituito il mezzo televisivo (ma non credo sia questo il loro ruolo) di certo lo hanno condizionato. Sarebbe infatti stato assolutamente insensato che il dibattito catodico non tenesse conto degli umori e delle opinioni così chiaramente manifestate a suon di post e cinguettii. Peraltro, in Italia, ad essere ascoltati non è che siamo così tanto abituati. Sempre secondo Maltese poi ha stravinto il candidato che ha comunicato peggio. E come provocazione posso anche apprezzarla. Ma diamo un significato al "peggio". Se il peggio infatti è una comunicazione che rinuncia al "make-up", alle seduzioni forzate e ai ridondanti coup de théatre per lasciare spazio all'autenticità genuina e alla "sostanza", le primarie hanno sicuramente inaugurato l'era della "peggio comunicazione". Ma non perchè Bersani sia la "negazione del comunicatore". Partiamo infatti dal sano e vecchio principio che la comunicazione, nel suo essere specchio della realtà, non è nè buona nè cattiva ma va semplicemente valutata col metro della coerenza. Sotto questo profilo, Bersani, nella sua rinuncia alla gigioneria e con quell'aria di essere "tirato in mezzo suo malgrado" è stato pienamente coerente con se stesso. E quindi credibile. Sarà anche "peggio comunicazione" ma, nell'era di Facebook funziona, premia e questo basta per ribaltarne la valenza. Ma adesso prendiamoci qualche minuto per analizzare la "meglio comunicazione". Quella di Matteo Renzi. Non nascondiamoci dietro a un dito. Il fatto di essere giovane, con un volto da boy-scout e dotato di una verve toscana doc gli da sicuramente una rendita di posizione. E questa se la porta a casa indipendentemente dal risultato elettorale. Ma nel suo caso mi trovo completamente d'accordo con Maltese e in disaccordo con il suo titolista (che evidentemente l'articolo l'ha letto male). In primo luogo perchè Renzi ha sbagliato la sua Unique Selling Proposition. Porsi come l'uomo di sinistra che piace alla destra e che pur di piacere alla destra dimentica di essere un uomo di sinistra arrivando a proporne la rottamazione ha posto un interrogativo e non da poco sulla sua reale identità. In secondo luogo l'errore più clamoroso è stato quello di darsi una Unique Selling Proposition. In un momento in cui l'obiettivo non era di porre una differenza rispetto agli avversari che, rappresentando la sua stessa comunità di riferimento, proprio così avversari non sono. Al contrario l'obiettivo vero doveva essere rendersi maggiormente rappresentativo di quella stessa comunità. Usando un po' meno il piccone e un po' più la forza delle idee e, perchè no, di un retaggio culturale tutt'altro che da rottamare. Usando un po' meno e un po' meglio i testimonial. Da Jovanotti a Lele Mora passando per Marcello Dell'Utri e addirittura (quasi) Silvio Berlusconi. Che è un po' come se la comunità ebraica scegliesse di farsi rappresentare da Forza Nuova. Ma il "peccato originale" di Matteo Renzi è stato affidare la sua campagna a Giorgio Gori. Non si tratta, come sparato a caratteri cubitali dal titolista di Repubblica, della "Sconfitta dei Comunicatori". Giorgio Gori, infatti non è un comunicatore. Da sempre fa un altro mestiere. Il produttore televisivo per la precisione. E su questa base ha lavorato con Renzi come con un concorrente del Grande Fratello. Giocando esclusivamente su una iper-esposizione da un tanto al chilo. Proprio nel momento in cui, vivaddio, la politica "un tanto al chilo e gnocca per tutti" sembra essersi finalmente e definitivamente avviata sul viale del tramonto. Quindi i comunicatori, che possono essersi macchiati di molte nefandezze in passato, almeno in questa occasione sono fuori gioco. A tal punto che, anche da comunicatore, non sono mai stato sfiorato dall'idea che una faccia paciosa e salottiera fosse sufficiente a presupporre un cambiamento che giustificasse la mia preferenza elettorale. Ma questa è un'altra storia...

domenica 28 ottobre 2012

TUTTA UN'ALTRA STORIA


Dopo l'ultima lettura dell'ennesimo decalogo, pentateuco e tavole della legge sul cosiddetto "social marketing" sono rimasto alquanto perplesso. Perchè, gli autori (in gran parte autorevoli luminari universitari cresciuti a Kotler e un po' troppo fermi su Kotler) continuano ancora a considerarlo una declinazione del marketing tradizionale. E anche in un senso un po' rozzo. Molti di loro si limitano ad anteporre la parola "social" al tradizionale lessico markettaro (e quindi social positioning, social branding ecc.) e il gioco è fatto. E perso. Il mondo "social", e lo dico da non nativo e men che meno smanettone, è un altro mondo. Che non si può descrivere semplicemente rinominando ciò che è già stato scritto. Quello che c'è già va bene, lo abbiamo assimilato e lo diamo per scontato. Adesso cominciamo a scrivere i nuovi capitoli. Che non hanno bisogno di voli pindarici e di seduttive suggestioni: basta un sano realismo deduttivo, empirico e fenomenologico. Ovvero osserva quello che c'è, vedi come funziona e poi usalo. Certo è uno sforzo culturale non da poco. Ma, come dice la signora Fornero, non c'è da fare gli schizzinosi. Tanto più che questo mondo così nuovo, tecnologico e avanzato richiede uno sforzo di apprendimento culturale che trova soluzione forse più efficace nei manuali di vendita Avon che nei vangeli del marketing.  E' una provocazione ma, ancora prima, è la realtà. Le presentatrici Avon, da sempre, si propongono suonando alle porte delle case. Carine, sobrie e rassicuranti. Per farsi aprire, entrare e farsi offrire un caffè. Che significa guadagnarsi l'ascolto. Prima regola della "réclame" ai tempi di Facebook. Avere una faccia educata e, possibilmente non supponente. Perchè anche in questo caso stiamo entrando nelle case della gente. Perchè se il saper parlare è importante, lo è ancora di più la consapevolezza che dall'altra parte della porta non c'è un "blob" informe e gelatinoso che muore dalla voglia di sapere di noi. Tutt'altro. C'è gente vera. Molti ragionano anche, hanno poco tempo e se non abbiamo argomenti convincenti attivano subito la modalità "testimonidigeovaladomenicallalba". Ci insultano. Ad alta voce, pubblicamente e malauguranti. Una volta entrati in casa entra in gioco il linguaggio. Una presentatrice Avon sa sempre di parlare con una come lei. E' un'amica. E con un'amica si parla di argomenti veri. Le si chiede come sta e ci si mostra interessati alla sua vita, al suo mondo e i suoi bisogni. Possibilmente in modo verosimile. Non basta il biglietto da visita in cui ci si presenta come "esperti dei capelli ricci" (che nonostante il progresso non è ancora materia universitaria), ne con la gallina Rosita (che può attivare offensivi e controproducenti sospetti di identificazione, a meno che la presentatrice non sia Antonio Banderas). E' necessario creare un contesto. E se in tale contesto è il prodotto a parlare, è bene accertarsi che non parli solo di se. E quindi non dobbiamo stupirci se Control in televisione fa l'amore con tutti mentre su Facebook discorre, autorevolmente, sui temi legati all'egoismo nella vita di coppia. Mica male per il cappuccetto promiscuo. La nostra presentatrice Avon, a questo punto, dopo essersi conquistata poltrona, dialogo e confidenza della padrona di casa le presenta non prodotti, ma "la soluzione" ai suoi bisogni di essere più attraente. E sarà "una soluzione a misura di faccia": una diversa dall'altra. E non lo farà con un semplice messaggio stile "perchè tu vali". Argomenterà, racconterà di altre donne che hanno risolto con successo lo stesso problema. Sarà una "storyteller" del fascino e non una semplice "strillona di slogan". Infine sarà pronta a raccogliere eventuali lamentele in caso i prodotti non abbiano generato il risultato atteso. Se ne farà carico responsabilmente. Sicuramente non tenterà di "cancellare l'amica" (come invece fanno molte aziende multinazionali sui social media). Il resto della storia è prevedibile. Ci sarà un ordine firmato e, probabilmente, altre visite gradite, altri ordini firmati e così via. Si, mi rendo conto che il metodo Avon, nel suo empirismo un po' naif, non può reggere con gli onorari della categoria "splendido consulente strategico di comunicazione". Ma in primo luogo funziona. In secondo luogo la strategia c'è eccome. Solo viene spogliata da molte desinenze in "ing". Infine se per volare oggi si usa l'aquilone, avere la più alta conoscenza delle leggi dell'aerodinamica serve, mentre tentare di applicare all'aquilone i motori di un 747 è inutilmente dispendioso e, ancora prima, folle. E quindi non è un caso che mentre molti "social influencer" si affannano a pontificare  decaloghi e pentateuchi su quello che dovrebbero fare le piccole medie imprese per approcciare il cosiddetto social marketing, non si rendono conto che molte di esse già lo fanno. Con meno pretese e con più efficacia. Sulla base di un'esperienza maturata anno dopo anno, di porta in porta e mettendoci la faccia. Quella vera e che apre molte porte. Ed è tutt'altra storia.                  

martedì 11 settembre 2012

IL CURIOSO CASO DI BILLY IL BUGIARDO E LILLI LA ROSSA.

Parto da Billy. Non per sciocchi corporativismi maschilisti ma perchè sulla rete mi è capitato di vedere il suo discorso alla Democrats National Convention cinque giorni fa. Si, parlo di Bill Clinton, l'ex presidente che ha rischiato di diventare ex anzitempo per non aver saputo tenere su la zip con una stagista peraltro assai bruttina. E che, beccato dal mondo intero, ha reagito con il classico "non è come tu pensi". Accreditandosi così come bugiardo fedifrago su scala globale. Bene. Sarà pure un fedifrago, ma è un comunicatore eccellente. E in questa occasione lo dimostra ampiamente, provando una volta di più che l'efficacia del saper parlare in pubblico non è solo questione di posture e di manualetti di autoformazione in 10 passi. Del discorso del buon vecchio Bill, aldilà del dare per scontata la "proprietà" dell'argomento, dello sorytelling e tutte le regole base del public speaking, colpisce il suo essere "genuino". Nel senso che "sente", e profondamente quello che dice. E' lui il primo ad essere appassionato. Si comporta, in grande stile ovviamente, come chiunque di noi quando è chiamato ad affrontare un argomento a cui tiene con persone che reputa importanti. Quelle occasioni in cui, con queste premesse, chiunque di noi sa essere spontaneamente efficace, coinvolgente e convincente. E naturalmente agli antipodi rispetto a certe dinamiche puramente "seduttive" che, mi spiace per chi ha speso molti quattrini per apprenderle, non seducono più proprio nessuno. Poi Speaking Bill è "democratico", nel senso che parla da cittadino ai cittadini e da cittadino impegnato. Qualcuno in cui chiunque può o, se non può desidera, rispecchiarsi. Senza alcun bisogno di "casacche". E questo gli consente, oltre che di essere diretto, di essere credibile, laddove il ruolo, nella comunicazione politica come in quella aziendale, delimita un perimetro organizzativo e di competenza ma non è più garante di soggezione d’ascolto passivo. E’ inoltre educato e rispettoso e – mi si permetta – non sono due frivoli attributi da manuale di bon ton. Sono il segnale di un mondo che è cambiato. Che alla “vis polemica” del duello contrappone la forza dell’affermazione dei propri contenuti. Non è un caso che a Milano, il colpo basso inferto a Pisapia da Letizia Moratti nel dibattito televisivo abbia contribuito considerevolmente e senza possibiltà di recupero alla disfatta elettorale della medesima. Inoltre e infine, il buon vecchio Bill, è “gestaltico”. Fa emergere un tema dallo sfondo, lo porta in figura e lo affronta quasi parlando con il tema stesso. Non nascondendo, ma anzi amplificando le risonanze emotive. Poi lascia che la figura ritorni sullo sfondo per permettere al tema successivo di rendersi percepibile. E in virtù di ciò riesce ad essere empatico. Osservando la reazione del pubblico è più che evidente che gli applausi non sono un segno di entusiasta ammirazione. Sono un chiaro segnale di condivisione, anche emotiva, nell’ambito di una relazione profonda. Certo in parte è questione di carisma (e questo non si impara). Ma molto probabilmente è anche saper fare di necessità virtù. E in questo Billy è stato grande. La prova? Basta andare a vedere (sempre su YouTube) la rigidità impacciata ed "evitante" con cui il fedifrago Bill dichiarava pubblicamente di non aver mai avuto rapporti sessuali con la signorina Lewinsky.
Ora, facciamo un viaggio nello spazio (nel senso che torniamo in Italia) e nel tempo (fermandoci agli anni '80). Allora c'era una giovane giornalista televisiva altoatesina. Si chiamava Dietlinde Gruber, o, più semplicement,e Lilli. Intelligente, acuta, bella. Tanto che, in quegli anni, viene chiamata a testimoniare i fatti che sarebbero entrati nei libri di storia. Cose come la caduta del muro di Berlino o la guerra del Golfo. Ma non sarà quello e neppure la successiva carriera politica ciò per cui Lilli viene, dai più, ricordata. La sua icona è il mezzobusto con il braccio appoggiato sulla scrivania a protendere il corpo verso il pubblico catodico. Il tono di voce assertivo e autorevole, punteggiato da leggeri movimenti del mento. Lo sguardo fisso negli occhi di milioni di persone. Un'emotività assolutamente controllata. Un look impeccabile (per l'epoca si intende: oggi sarebbe tra l'eccessivo e il fetish). Uno stile di comunicazione algido, decisamente "dall'alto verso il basso", e in quanto tale fatalmente seduttivo. Questo è stato sufficiente a imporre la rossa Lilli come calco sul quale modellare la teoria del "public speaking" all'italiana. Anche per coloro, gli uomini di azienda appunto, che non potevano puntare su smottamenti ormonali appoggiando garbatamente e di lato il busto sulla scrivania. Un modello sopravvissuto fino ad oggi, nonostante la rossa Lilli abbia cambiato registro, gonfiato le labbra a dismisura e da "giornalista dei fatti che cambiano la storia" sia diventata "giornalista e basta". Peraltro controversa. Visto che nella sua pagina Facebook (sulla quale lei non interviene mai, e viene il legittimo dubbio di chiedersi a cosa serva) vi sono solo post promozionali del suo talk show, commentati con frasi del tipo "dove hai comprato gli orecchini?" o "la sua intervista a Favia è disgustosa". Commenti ovviamente non replicati. Al contrario, Billy ha un profilo Facebook intitolato "Bill Clinton Back to Work". Una foto con un sorriso da vicino di casa che ti saluta dalla porta, e poi naturalmente grandi argomenti che animano dibattiti che arrivano fino in Cina. Certo, il paragone è azzardato e paradossale. E' ovvio che passa alla storia chi ne è protagonista, non chi si limita a testimoniarla. Ma noi stiamo parlando di comunicazione, mica di chi è stato più bravo a cambiare il mondo. E visto che insieme al mondo, evidentemente cambia anche il mondo della comunicazione non sarebbe il caso di fare qualche aggiornamento? Fosse anche cominciando dai modelli di riferimento per i manuali e i corsi di public speaking.

martedì 3 luglio 2012

TRUE LIES

Ok, mi sono sbagliato. Almeno in parte. Pur avendo sempre avuto un occhio abbastanza critico rispetto al libro delle facce e ai cinguettii, di una cosa ero relativamente certo. L’autenticità. Perché ci si mette la faccia. Perché ci si espone (forse anche troppo), con le proprie idee, i propri credo e le proprie convinzioni. Forse in maniera eccessiva, a volte compulsiva, ma tutto sommato reale. E pur senza negare che il meccanismo alla base del successo dei social network fosse l’insano piacere di farsi i fatti degli altri (e di offrire i propri), trovavo che tale meccanismo fosse tutto sommato onesto in quanto chiaro ed esplicito. Si intende, non in termini assoluti. Anche a me come ad altri è successo di ricevere richieste d’amicizia da Katiuscia Spencer (con foto da Playmate a corredo). Ma in questi rari casi l’idiozia viene prima della disonestà e con essa lo smaltimento della richiesta nella sezione “rifiuti indifferenziati”. Peraltro ho sempre apprezzato, pur senza smettere di leggere i giornali, il flusso di informazioni che scorreva a suon di passaparola tra le pagine dei social media. In primo luogo perché sui social media spesso circola quell’informazione che la carta stampata, così timorosa di offendere questo o quello, non pubblica più (tralascio il caso Euro2012 con i ”Vaffanmerkel” e “Ciao Ciao Culona” di Libero e Il Giornale, che dal mio punto di vista è spazzatura indifferenziata e non certo giornalismo). In secondo luogo perché se una notizia mi viene riportata da un amico con il quale condivido un determinato sistema di valori, quella notizia sarà credibile e autorevole per definizione. Anzi, proprio i Vaffa e Culona, che sono quasi riusciti a suscitarmi un’ombra di pietà per la monolitica Merkel, mi hanno convinto che la rovina della carta stampata non è l’open journalism ma la qualità da cortile che ha assunto il giornalismo di certe testate. Detto questo mi sono reso conto che la cialtroneria a cui ci hanno abituati alcuni media cosiddetti tradizionali è arrivata anche sui social media. Ed è più pericolosa, dal momento in cui la bufala mi viene passata, in buona fede, da un amico che a sua volta l’ha ricevuta in buona fede, da un altro fidatissimo amico. Andiamo al sodo. Qualche giorno fa, un blog molto seguito pubblica la notizia secondo cui la senatrice Paola Binetti (già nota per posizioni dal sapore medievale in tema di psichiatria, omofobia e chi più ne ha più ne metta) avrebbe affermato un secco no alle terapia del dolore per i bambini malati di cancro in quanto “è giusto che anche loro portino la croce di Gesù”. Una bella bestemmia direi. Che nel giro di pochi secondi è rimbalzata su centinaia di blog, Twitter e pagine Facebook (compresa la mia). Accompagnata da ovvi commenti di sdegno e disgusto. Per quanto riguarda la signora Binetti, sicuramente nel corso degli anni non ci ha fatto mancare valide motivazioni che ne giustificassero la messa all’indice. Ma non questa. Perché, semplicemente Paola Binetti non ha mai pronunciato queste parole. Le ha smentite, tempestivamente e categoricamente, attraverso la sua pagina di Facebook. Ma la risonanza della sua smentita ha avuto anche meno successo dell’Italia alla finale di Euro2012. Dal momento che nessuno di coloro si è fatto portavoce di cotanta bestialità ha avuto l’umiltà di smentire. Io l’ho fatto. Per senso di civiltà. Per amore di giustizia e sentendomi pure un po’ idiota per essermi lasciato ingolosire dalla fin troppo ghiotta opportunità di dare addosso alla Binetti. Ma sono anche un po’ preoccupato. Perché quel pettegolo, anarchico ma allo stesso tempo onesto e sincero veicolo di condivisione chiamato Facebook forse tutta questa fiducia non la merita. Perché, anche se è un caso isolato, è un caso di assoluta gravità, visto che su certi argomenti non si può agire con leggerezza. Perché l’irresponsabilità dell’autore originario della bufala è, quasi pari a quella di coloro che, seppur con le attenuanti generiche della buona fede e dell’inconsapevolezza, l’hanno trasformata in “breaking news” senza possibilità di replica. Perché se Facebook, a livello di sistema, è un bene pubblico e aperto, non credo che qualcuno abbia il diritto di minarne la credibilità e, peggio ancora, di farlo attraverso me. Perché non avrei mai pensato di dovermi sentire in dovere, da onesto cittadino, di dovermi trovare un giorno a scrivere un post a difesa di Paola Binetti. Scoprendo così che il famoso detto “è la stampa, bellezza, e tu non puoi farci niente”, potesse avere una nuova brutale frontiera. Proprio sulla mia pagina Facebook.